L'Associazione Donne Insieme Contro la Violenza, con il patrocinio del Comune di Noviglio, promuove il concorso fotografico "La forza delle donne", con l'obiettivo di valorizzare l'immagine della donna come forza positiva della società.
CHI PUO' PARTECIPARE:
Il concorso è aperto a tutte e a tutti, dilettanti e professionisti/e, senza limiti di età, con lavori che non siano già stati pubblicati e/o premiati in altre manifestazioni e concorsi.
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Concorso fotografico: La forza delle donne
I no che noi donne dobbiamo dire
Ci sono almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne. Il primo è il concetto di "emergenza". C'è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese. Secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. Ed invece nel bollettino quotidiano dell'orrore contro mogli, fidanzate o amanti c'è una violenza stratificata e con radici profonde. Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.
Il secondo concetto è quello di 'raptus', riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c'è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito "raptus" era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all'ossessione. Stordita dall'anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l'autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l'aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni.
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Il secondo concetto è quello di 'raptus', riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c'è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito "raptus" era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all'ossessione. Stordita dall'anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l'autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l'aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni.
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Sul femminicidio lo sdegno non basta. E ora verifichiamo se chi doveva proteggere Michela Fioretti non l'ha fatto.
Se fosse vero, come riferiscono gli organi di informazione, che Michela Fioretti, prima di essere trucidata dal solito ex uomo, aveva denunciato la situazione di pericolo in cui si trovava, ricevendo come risposta frasi banali e irresponsabili dagli organi preposti alla sua tutela (non c’è nulla da fare), allora occorrerebbe intervenire con estrema decisione per verificare se chi aveva il dovere di proteggere la donna non l’ha fatto e per quale motivi.
Bisogna, in altre parole, accertare se qualche operatore di giustizia abbia in maniera superficiale trattato un caso che poteva presentare rischi di progressione di violenza per Michela Fioretti non applicando quegli strumenti di tutela che, oggi, la normativa italiana sul maltrattamento e sullo stalking prevede.
Siano essi poliziotti o magistrati.
Esistono infatti consistenti interventi culturali, realizzati su tutto il territorio nazionale, per sensibilizzare e formare chi deve gestire un caso di violenza domestica e che hanno come obiettivo primario quello di selezionare la vicenda personale, rispetto alla massa di carte che investono il sistema giudiziario, proprio per consentire una potenziale valutazione di rischio per la parte lesa e quindi l’adozione di misure di protezione a sua tutela.
Si tratta di forti investimenti di risorse che servono per formare una rete protettiva che deve tuttavia funzionare quando si affrontano casi, come quello di Michela Fioretti, che appaiono dotati di potenzialità di rischio decisamente alte.
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Bisogna, in altre parole, accertare se qualche operatore di giustizia abbia in maniera superficiale trattato un caso che poteva presentare rischi di progressione di violenza per Michela Fioretti non applicando quegli strumenti di tutela che, oggi, la normativa italiana sul maltrattamento e sullo stalking prevede.
Siano essi poliziotti o magistrati.
Esistono infatti consistenti interventi culturali, realizzati su tutto il territorio nazionale, per sensibilizzare e formare chi deve gestire un caso di violenza domestica e che hanno come obiettivo primario quello di selezionare la vicenda personale, rispetto alla massa di carte che investono il sistema giudiziario, proprio per consentire una potenziale valutazione di rischio per la parte lesa e quindi l’adozione di misure di protezione a sua tutela.
Si tratta di forti investimenti di risorse che servono per formare una rete protettiva che deve tuttavia funzionare quando si affrontano casi, come quello di Michela Fioretti, che appaiono dotati di potenzialità di rischio decisamente alte.
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E ora Stati generali in difesa delle donne
Forse ci siamo. Proprio perché è un'epoca in cui essere ottimisti è insensato, bisogna esserlo. Più flebile è il tempo più forte la voce e la responsabilità di ciascuno. Forse ci siamo.
Forse questa volta la violenza quotidiana contro le donne - diffusa, tollerata, alimentata dal dileggio condiviso, dall'abituale grevità del lessico, dalle parole prima che dai gesti - ecco forse ora questa vergogna la si può guardare negli occhi e chiamarla col suo nome: una colpa collettiva, ognuno si senta offeso.
Con grande coraggio Laura Boldrini, presidente delle Camera, ha toccato un tabù sapendo di farlo, senza paura delle conseguenze. Ha detto: contro le donne l'infamia dell'insulto è diversa, è sessista. Anche la minaccia di morte passa dal sesso: dall'umiliazione, dalla sottomissione. Contro le donne corre sul web un fiume di parole a lutto che il mezzo - la Rete - diffonde velocissimo e in quantità incontrollabile. Possono essere a migliaia contro una: difficili da trovare, infidi, nascosti. Fermiamoci a parlarne: una discussione ferma e serena, ha chiesto. Seria.
Hanno risposto a decine, poi centinaia, ieri. Le donne che possono cambiare le cose hanno detto: ci siamo. Il ministro Josefa Idem ha annunciato la creazione di un osservatorio sulla violenza contro le donne costituito dai dicasteri di Pari opportunità, Interni e Giustizia. Il ministro Cécile Kyenge ha detto: studiamo una legge. Hanno detto ci siamo, in varie forme, Emma Bonino, la presidente della Rai Tarantola, il segretario della Cgil Camusso. E poi uomini, tanti. Ecco: uomini. È questa la novità. Ieri sera lo spettacolo teatrale "Ferite a morte" era di scena a Marsala. Un test di Serena Dandini e Maura Misiti che da mesi si rappresenta in tutta Italia. Monologhi di una Spoon River delle donne uccise. Come Ilaria, Alessandra, Chiara. Le ragazze assassinate negli ultimi tre giorni. Uccise dal malamore, gramigna che si traveste da amore.
Da Marsala è partito un appello al governo. Facciamo subito gli Stati generali sulla violenza contro le donne, anche quella sul web. Subito. Tra i primi a firmare sono stati alcuni uomini. Riccardo Iacona, Gustavo Zagrebelsky, Ezio Mauro, Gianantonio Stella. Poi, certo, tutte le donne che in questi mesi sono salite sul palco di "Ferite a morte".
All'ultima replica, a Roma, Laura Boldrini era in sala ad applaudire, Emma Bonino sul palco a recitare. Ilaria Borletti Buitoni dietro le quinte. Se tutta l'energia di quelle sere, di quei palcoscenici si riversasse davvero nell'azione, ecco, allora sì. Allora forse ci siamo, questa volta possiamo partire e cambiare davvero.
Fonte: di CONCITA DE GREGORIO
http://www.repubblica.it/politica/2013/05/05/news/e_ora_stati_generali_in_difesa_delle_donne-58077822/
Forse questa volta la violenza quotidiana contro le donne - diffusa, tollerata, alimentata dal dileggio condiviso, dall'abituale grevità del lessico, dalle parole prima che dai gesti - ecco forse ora questa vergogna la si può guardare negli occhi e chiamarla col suo nome: una colpa collettiva, ognuno si senta offeso.
Con grande coraggio Laura Boldrini, presidente delle Camera, ha toccato un tabù sapendo di farlo, senza paura delle conseguenze. Ha detto: contro le donne l'infamia dell'insulto è diversa, è sessista. Anche la minaccia di morte passa dal sesso: dall'umiliazione, dalla sottomissione. Contro le donne corre sul web un fiume di parole a lutto che il mezzo - la Rete - diffonde velocissimo e in quantità incontrollabile. Possono essere a migliaia contro una: difficili da trovare, infidi, nascosti. Fermiamoci a parlarne: una discussione ferma e serena, ha chiesto. Seria.
Hanno risposto a decine, poi centinaia, ieri. Le donne che possono cambiare le cose hanno detto: ci siamo. Il ministro Josefa Idem ha annunciato la creazione di un osservatorio sulla violenza contro le donne costituito dai dicasteri di Pari opportunità, Interni e Giustizia. Il ministro Cécile Kyenge ha detto: studiamo una legge. Hanno detto ci siamo, in varie forme, Emma Bonino, la presidente della Rai Tarantola, il segretario della Cgil Camusso. E poi uomini, tanti. Ecco: uomini. È questa la novità. Ieri sera lo spettacolo teatrale "Ferite a morte" era di scena a Marsala. Un test di Serena Dandini e Maura Misiti che da mesi si rappresenta in tutta Italia. Monologhi di una Spoon River delle donne uccise. Come Ilaria, Alessandra, Chiara. Le ragazze assassinate negli ultimi tre giorni. Uccise dal malamore, gramigna che si traveste da amore.
Da Marsala è partito un appello al governo. Facciamo subito gli Stati generali sulla violenza contro le donne, anche quella sul web. Subito. Tra i primi a firmare sono stati alcuni uomini. Riccardo Iacona, Gustavo Zagrebelsky, Ezio Mauro, Gianantonio Stella. Poi, certo, tutte le donne che in questi mesi sono salite sul palco di "Ferite a morte".
All'ultima replica, a Roma, Laura Boldrini era in sala ad applaudire, Emma Bonino sul palco a recitare. Ilaria Borletti Buitoni dietro le quinte. Se tutta l'energia di quelle sere, di quei palcoscenici si riversasse davvero nell'azione, ecco, allora sì. Allora forse ci siamo, questa volta possiamo partire e cambiare davvero.
Fonte: di CONCITA DE GREGORIO
http://www.repubblica.it/politica/2013/05/05/news/e_ora_stati_generali_in_difesa_delle_donne-58077822/
ll vantaggio competitivo del welfare aziendale
company welfareIl 93% dei lavoratori italiani sente il bisogno di un welfare aziendale migliore e più ricco: questo è solo uno dei dati che emergono da una ricerca su questo tema realizzata da McKinsey & Company e presentata in occasione del secondo Forum Nazionale Valore D.
Il campione di 1.300 lavoratori dipendenti intervistati dichiara che il welfare aziendale è sempre più una necessità che attraversa trasversalmente i due sessi in tutte le fasce di età, anche se con esigenze differenti a seconda che i lavoratori abbiano 20 o oltre 50 anni.
Ad esempio:
a 20 anni il welfare aziendale viene declinato in orari più flessibili e servizi salva-tempo;
a 30 anni le esigenze sono di asili nido, servizi di disbrigo pratiche e possibilità di lavorare part-time;
a 40 anni la richiesta è di maggiori congedi parentali, campus estivi per i figli, banca ore e sanità;
a 50 anni il welfare aziendale dovrebbe concentrarsi su supporto per assistenza domiciliare agli anziani, case di cura, disbrigo pratiche e orari flessibili.
La ricerca riconferma che poter contare su un piano di welfare aziendale fa aumentare l’engagement index dei lavoratori: cresce del 30% nelle aziende che non avevano alcun welfare e del 15% in quelle che lo migliorano in base ai bisogni dei dipendenti.
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Il campione di 1.300 lavoratori dipendenti intervistati dichiara che il welfare aziendale è sempre più una necessità che attraversa trasversalmente i due sessi in tutte le fasce di età, anche se con esigenze differenti a seconda che i lavoratori abbiano 20 o oltre 50 anni.
Ad esempio:
a 20 anni il welfare aziendale viene declinato in orari più flessibili e servizi salva-tempo;
a 30 anni le esigenze sono di asili nido, servizi di disbrigo pratiche e possibilità di lavorare part-time;
a 40 anni la richiesta è di maggiori congedi parentali, campus estivi per i figli, banca ore e sanità;
a 50 anni il welfare aziendale dovrebbe concentrarsi su supporto per assistenza domiciliare agli anziani, case di cura, disbrigo pratiche e orari flessibili.
La ricerca riconferma che poter contare su un piano di welfare aziendale fa aumentare l’engagement index dei lavoratori: cresce del 30% nelle aziende che non avevano alcun welfare e del 15% in quelle che lo migliorano in base ai bisogni dei dipendenti.
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