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Quando la terra inizia a tremare

 Wednesday 24 August 2016 | Deborah

Il fatto

Ore 3:36. Una triste coincidenza che ricorda l’orario nefasto del terremoto de L’Aquila del 2009.

Riaccade oggi, la notte tra il 23 e il 24 agosto.

Una prima scossa di magnitudo 6 tra Amatrice e Accumoli. A dire il vero la prima così intensa, preceduta nei giorni precedenti da altre non percepibili e non percepite.

E non l’ultima.

“Alle ore 7.00 sono state registrate numerose repliche e sono 39 gli eventi sismici localizzati di magnitudo pari o maggiore di 3.0. I più forti sono avvenuti nella zona di Norcia (PG) con magnitudo 5.1 e 5.4, alle 04:32 e alle 04:33, rispettivamente. In tabella la lista degli eventi sismici localizzati dopo il terremoto delle ore 03:36 italiane. [ 340 more words ]”.
Questo il resoconto dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia)

I protagonisti


Tanti e troppi. Attori, vittime, soccorritori.

La scossa delle 3.36 butta tutti giù dal letto. Almeno nel centro Italia.
Parte il tam tam mediatico.
Si accendono le tv per capire cosa succede. Tutti incollati come un tempo i nostri nonni davanti alle radio durante i bombardamenti. Alla ricerca di risposte e rassicurazioni.
Ed oggi davanti alla tv. E di corsa ai cellulari e ai vari social network.
Si rassicurano amici e parenti, in cerca di altrettante rassicurazioni.
Per i più fortunati arrivano le risposte. Ma non per tutti. Non per quelli che sono stati sepolti in una manciata di secondi da tonnellate di macerie. Ad Amatrice, ad Accumoli, ad Arquata del Tronto.

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Oncofertilità, una rete di centri specialistici per chi sogna un figlio

 Tuesday 23 August 2016 | Deborah

Un sostegno per le persone che hanno avuto un tumore e cercano di diventare genitori. Le raccomandazioni dell'Associazione italiana di oncologia medica, della Società italiana di endocrinologia e della Società italiana di ginecologia e ostetrica, presentate oggi a Roma. Fra queste una Rete nazionale per aiutare le coppie

METTERE in cantiere un bambino subito dopo la diagnosi di tumore. Sembra un po’ azzardato pensare ad una nuova vita quando si teme per la propria. Ma è questa la direzione giusta per chi vuole diventare genitore nonostante il cancro. E – lungi dal ritenerlo un obiettivo inconciliabile con la malattia – tutto si gioca sul tempo perché la consulenza specialistica va eseguita entro 48 ore dalla diagnosi. A fare chiarezza su come realizzare il desiderio di genitorialità sono le Raccomandazioni sull’Oncofertilità firmate dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), dalla Società italiana di endocrinologia (Sie) e dalla Società italiana di ginecologia e ostetrica (Sigo) presentate oggi a Roma.

Una Rete dei centri di onco-fertilità. Ogni anno in Italia circa 8.000 cittadini under 40 (5.000 donne e 3.000 uomini) sono colpiti da tumore, 30 ogni giorno, pari a circa il 3% del numero totale delle nuove diagnosi. Meno del 10% delle donne che hanno avuto una diagnosi di tumore accede a una delle tecniche di preservazione della fertilità. Il numero è leggermente superiore fra gli uomini, ma ancora troppo basso. Nel nostro Paese ci sono 319 Oncologie e sono 178 i centri di Procreazione medicalmente assistita che applicano non solo la fecondazione in vitro ma anche la crioconservazione (cioè il congelamento e la conservazione a temperature bassissime) dei gameti. Ma va migliorata la comunicazione fra le due realtà. Ecco perché le Raccomandazioni sull’Oncofertilità indicano la necessità di istituire una Rete nazionale dei centri di oncofertilità che consenta ai pazienti di rivolgersi a strutture pubbliche specializzate e organizzate per fare fronte a tutte le loro esigenze. “Il desiderio di diventare genitori dopo la malattia è stato per troppo tempo sottovalutato” spiega Paolo Scollo, presidente Sigo. “In ogni Regione dovrebbe essere istituito almeno un Centro di riferimento in cui operino team multidisciplinari composti da ginecologi, senologi, andrologi, biologi e psicologi collegati in rete con i centri oncologici ed ematologici che abbiano esperienza nella gestione di pazienti in età fertile così da garantire ai malati un percorso di cura appropriato e uniforme in tutta Italia”.

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Sono ebrea e sto dalla parte del burkini. A una condizione

 Monday 22 August 2016 | Deborah

L’ebraismo si basa su un principio fondamentale. Il libero arbitrio. La possibilità di ogni individuo di intraprendere la propria strada.
La Torah, la legge ebraica, suggerisce una via. Sta poi all’essere umano, uomo o donna che sia, seguirne o meno il suggerimento. Nessuno impone di mangiare kasher, né di rispettare lo shabat.
Nessuno impone di mettere la kippah o di coprire il proprio corpo in spiaggia.
In Israele ci sono spiagge separate per uomini e donne, spiagge miste, spiagge libere e spiagge sorvegliate. Ognuno è libero di scegliere la spiaggia che più gli piace.

Sono ebrea e indosso un costume modesto per andare al mare. Copre le braccia fino al gomito, le gambe fino al ginocchio. Lo indosso per scelta. Non pensavo che il mio costume un giorno avrebbe fatto notizia, finendo sui titoli di tutti i giornali de mondo come minaccia ai valori occidentali. Tra il burkini e il costume modesto ebraico esiste una differenza. E si chiama imposizione. Le donne ebree sono libere di indossare il costume che preferiscono, sono libere di andare nella spiaggia che vogliono. Sono libere. Alle donne musulmane non sempre è concessa questa libertà. Il fruscio del burkini ha svegliato improvvisamente l’Occidente dal proprio letargo. Ha fatto più rumore delle decapitazioni di religiosi nelle proprie chiese, degli accoltellatori nei treni, dei camion che uccidono decine di innocenti lungo la Promenade Des Anglais. Il burkini è diventato il simbolo della mancata integrazione di milioni di individui sul suolo europeo. La punta di un iceberg che nessuno ha mai osato provare a fare sciogliere nel mare della civiltà.

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Lettera aperta alle compagne femministe. Del velo, del corpo, della libertà

 Sunday 21 August 2016 | Deborah

Care compagne,

vi chiamo così perché me lo avete insegnato voi. La mia generazione deve alle sorelle maggiori, alle madri la consapevolezza di se’ che – pur incompiuta – noi ragazze del terzo millennio ci portiamo addosso. Vi dobbiamo gli anni ’70 – noi eravamo troppo piccole per avere qualche voce. Vi dobbiamo il diritto di famiglia, la legge sul divorzio, la 194, i concorsi in magistratura, la libertà di essere come siamo. La minigonna ma anche i maglioni informi con cui coprirci i fianchi che ci mettevano in imbarazzo. Il corpo come luogo di libertà. Nudo o coperto. E’ a voi che dobbiamo l’apertura di strade che poi abbiamo percorso pur con mille accidenti e fatiche.

Ci avete insegnato la “soggettivazione della politica” – così dicevate anche se noi non vi capivamo troppo. Vale a dire, ci avete insegnato e avete preteso che le donne prendessero parola, irrompessero nel discorso pubblico come soggetti, capaci di pensiero, di scelta e di opinione. Avete rifiutato il paternalismo che decideva per noi, che parlava a nome nostro imponendo costumi, ruoli, scelte di vita.

“Io sono mia”, non proprietà di nessuno – ne’ di un padre ne’ di un marito, ne’ di una società che parla per noi.

Abbiamo imparato, anche da voi, che l’emancipazione passa dall’accesso all’istruzione, dai processi di liberazione, dalle pari opportunità, dalla libertà economica, dall’autonomia delle scelte. Passa dalla possibilità di parlare e di pretendere rispetto. Passa dall’educazione della società, e non dall’imposizione per legge di codici di comportamento. Non avete lottato per impedire alle nostre nonne di vestire il lutto stretto per tutta vita, ma per consentire alle nostre madri e a noi di non portarlo, se non lo vogliamo.

Ora, negli anni ’20 del terzo millennio, ci troviamo di fronte a questioni inedite, che mettono in discussione percorsi consolidati e, anche, un po’ stanchi e frusti. Viviamo tempi complessi e globali. Il corpo delle donne continua ad essere il campo di battaglia del potere – in modo terrificante, giuridicamente discriminatorio, violento in molte parti del mondo – in modo subdolo qui, a casa nostra.

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Counseling: che cos’è e a cosa serve, i risvolti di una professione sempre più richiesta

 Sunday 31 July 2016 | Deborah

La professione del counselor è sempre più conosciuta e diffusa in Italia, chi si rivolge a questo professionista esperto in relazione d’aiuto e cosa aspettarsi da lui? UrbanPost ha intervistato Claudia Montanari, co-fondatrice dell’ ASPIC (Associazione per lo Sviluppo Psicologico dell’Individuo e della Comunità), e tra i pionieri del counseling italiano

Ecco cosa ci ha detto Claudia Montanari, co-fondatrice dell’ ASPIC (Associazione per lo Sviluppo Psicologico dell’Individuo e della Comunità) sullo stato del counseling in Italia

Da dove nasce la domanda e l’offerta di counseling è una questione legata solo alla salutogenesi?

“La storia del counseling in Italia è ampia. Noi abbiamo iniziato i corsi come Aspic nell’88, le prime forme che lo hanno pubblicizzato sono ancora precedenti, quindi una lunga storia. La domanda è iniziata come bisogno di comunicare con qualcuno che non facesse parte di un’area sanitaria, ma di un’area umanistica, non a caso la nostra ottica è di tipo umanistico, che fa riferimento alla psicologia umanistica. La richiesta d’ascolto sembra che faccia parte delle relazioni umane, come ad esempio nel mondo religioso si può far ricorso a un padre spirituale o a una figura religiosa, allo stesso nel mondo laico si può fare riferimento ad altre figure e tra queste c’è sicuramente quella del counselor. Questa parola, counselor, che è stata intraducibile in italiano, ha creato non poche difficoltà per la comprensione rispetto al pubblico, quindi si è dovuto faticare anche nel saper dare forma a questa attività professionale che prima vedeva affiancati altre forme di aiuto come quello del medico, dell’infermiere, dell’educatore-pedagogista, dello psicologo, figure che viaggiavano insieme, poiché non avevano un’identità professionale distinguibile. Anche la legislazione sulla figura dello psicologo è arrivata nell’89, in grande ritardo rispetto al resto d’Europa. Oggi sono dispiaciuta, essendo io psicologa, che ci sia incomprensione rispetto a figure parallele e distinte, perché più c’è un riconoscimento di come dev’essere una figura professionale, più questo permette un esercizio della professione nella legalità e senza abusi. I counselor sono tanti, nell’ultimo mese e mezzo ci sono stati tre convegni di diverse associazioni professionali di counselor, quello della Reico, della Cncp e quello della Federcounseling con Assocounseling. Oggi c’è una forte presenza e un forte desiderio di questo tipo di relazione anche da parte del pubblico, proprio per la brevità del percorso, perché se io sono una persona che vuole solo stare bene superando qualche piccolo intoppo nel mio percorso di vita e voglio una persona che mi ascolti, che mi accompagni nella vicinanza in un mondo che va troppo velocemente, il counselor ha diritto d’esistenza”.

Chi si rivolge a un counselor?

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